Fen teneva il telefono a faccia in giù sulle ginocchia, l'app di registrazione aperta, come lo teneva a ogni lavoro che contava e a quasi tutti quelli che non contavano. Abitudine, non progetto. L'aveva acceso nel parcheggio senza deciderlo, lo stesso riflesso che le faceva etichettare un file prima di averne guardato un solo fotogramma. Adesso il puntino rosso lampeggiava contro il vetro nero tre file dietro la bara di sua nonna, mentre il pastore Wiersma attraversava una vita intera in venti minuti misurati.
La First Reformed conservava il proprio freddo come fa sempre la pietra antica, per quanti corpi si stipassero nei banchi o per quanto alta girasse la caldaia. La luce di fine autunno entrava piatta e grigia dalle alte finestre trasparenti, senza un colore dentro. Il tipo di luce che faceva sembrare ogni cappotto scuro della navata una sfumatura più scuro di quanto fosse. Sotto i fiori funebri, ammassati in tre file lungo la balaustra del presbiterio, Fen poteva ancora ritrovare il vero odore della navata, se lo voleva: polvere e pietra e un secolo di fumo di candela lavorato dentro la malta. Non l'aveva voluto. Continuava a ritrovarlo lo stesso.
«Ne vede molti? Uccelli anziani, gente che non vuole fare i conti?»
«Più di quanti immagini. La gente non fa il calcolo quando compra un pappagallo a venticinque anni, poi il pappagallo è ancora in piena forma alla festa di pensionamento del proprietario e il problema passa a qualcun altro, che deve risolverlo in tempi molto più stretti.» Lo disse senza alcun particolare giudizio, come se riferisse le previsioni del tempo anziché impartire una lezione, e distrattamente grattò Bruno lungo la cresta delle piume del petto. L'uccello si protese verso le dita anziché ritrarsi. «Si sorprenderebbe di quanto poche persone pongano subito la domanda onesta, che in sostanza è: posso davvero farcela, o cerco il permesso di dire che ci ho provato?»
«Non spetta a me rispondere.» Lo disse con gentilezza, e per questo la risposta colpì più duro che se gliel'avesse data senza giri di parole. Poi tornò alla cartella, offrendole, di proposito o meno, un altro punto su cui posare lo sguardo mentre lei cercava di capire se la risposta le dispiacesse.
«Accetta uccelli problematici? Credo sia questo che le sto chiedendo.» Fen si accorse che la mezza battuta aveva mancato il bersaglio non appena le uscì di bocca: troppo vicina a una domanda vera per sembrare uno scherzo, troppo travestita da scherzo per sembrare una vera domanda. «Se qualcuno gliene portasse uno.»
Riprodusse cucina_2 nel microfono dell'app tre volte, a tre volumi diversi, e tutte e tre le volte ottenne lo stesso piccolo riquadro rosso: Nessun parlato rilevato. Provò una seconda app, progettata per i dialetti regionali, il tipo di strumento che usava per lavoro quando l'audio di un cliente era impastato da un accento che il suo orecchio non riusciva a collocare. Al quarto tentativo, l'app restituì infine una trascrizione: una parola rilevata con un elevato grado di sicurezza, hallo. In nessun momento della registrazione Bruno aveva detto hallo.
Come ultimo tentativo prese un vero dizionario cartaceo dalla libreria di Nel, un'edizione tascabile olandese-inglese dal dorso crepato, con la lista della spesa di qualcuno, vecchia di decenni, ancora infilata tra la D e la E. Fece scorrere il dito su pagine e pagine di lemmi che cominciavano con i suoni da lei trascritti. Ogni volta arrivava a una parola che significava con ogni evidenza tutt'altro: campanello, giardino, un verbo per strofinare il pavimento. Nulla che somigliasse anche solo lontanamente a ciò che aveva davvero sentito.
«Non intendevo quello.» Considerò per un attimo la propria frase, come considerava quasi tutte le frasi prima di lasciarle uscire già complete. «Questo. La casa. Lui.» Un piccolo cenno verso l'angolo, dove Bruno si era immobilizzato e taceva; dopo tre settimane di osservazione ravvicinata, Fen aveva imparato a riconoscere quella quiete come attenzione, non calma.
«Mamma diceva la stessa cosa. Subito prima che staccasse un pezzo dal dito di qualcuno.» Joost lo disse con qualcosa di simile a un sorriso, il primo sorriso spontaneo che Fen gli avesse sorpreso sul volto per tutta la sera. Allungò la mano verso le patate prima che quel momento indugiasse troppo fra loro.
Accadde alla seconda porzione, nel mezzo della conversazione, senza altro preavviso che il lieve raschio asciutto di zampa a cui Fen aveva imparato a prestare attenzione e Joost, a quanto pareva, no. Bruno si raddrizzò sul trespolo, sollevandosi di quel centimetro che annunciava l'arrivo di qualcosa, e scagliò una frase breve e tagliente nel rumore della tavola. Quattro sillabe dai contorni secchi, inconfondibilmente un ordine anziché un commento, intonate esattamente nel registro di una donna che si aspettava di essere obbedita al primo tentativo. Ripensandoci in seguito, Fen avrebbe concluso che a turbarla davvero era stata la cadenza, non il volume. Un'ascesa e un taglio che appartenevano a una persona che in tutta la vita non aveva mai avuto bisogno di alzare la voce due volte per farsi ascoltare la prima.
Il tavolo ammutolì. La forchetta di Joost si fermò a metà strada verso la bocca.
«Che cos'era?» disse Fen, più una constatazione che una domanda, mentre sul volto di suo padre passava qualcosa che non vi aveva mai colto. Non il vuoto guardingo dello studio notarile. Qualcosa di più simile al riconoscimento, arrivato prima che lui potesse richiudergli una porta davanti.
«Niente.» Joost posò la forchetta con cura, deliberatamente. «Una sua vecchia abitudine. Lo diceva a tavola quando qualcuno discuteva di una sciocchezza o non aveva toccato la verdura. Ormai è soltanto rumore.»
Il padrone di casa di Chicago rispose al quarto squillo, già distratto a metà da qualunque altra cosa accadesse dalla sua parte della telefonata. Accolse la richiesta di subaffitto con meno resistenze di quante Fen si fosse preparata ad affrontare.
«Credo di sì. Forse di più.» Sentì la cifra uscirle di bocca e solo da lontano ne percepì la portata. Si era impegnata in qualcosa di molto più grande di quanto si fosse permessa di credere un mese prima, quando nel parcheggio dello studio notarile aveva assicurato a un cugino di essere sicura. «Una situazione di famiglia. È complicato.»
«La famiglia lo è quasi sempre.» Lui non chiese dettagli, e Fen gliene fu grata. Aveva uno studente universitario disposto a prenderlo ammobiliato, senza storie; poteva firmare entro venerdì, frequentava una qualche facoltà d'ingegneria all'università due isolati più in là. Tranquillo, a detta dell'ultima persona da cui aveva affittato, il che, spiegò il padrone di casa, era più o meno l'elogio più convinto che si sentisse autorizzato a fare di uno sconosciuto al telefono. «Vuole che metta in uno scatolone gli effetti personali, o tornerà a prenderli di persona?»
«Certo.» Una pausa; dalla sua parte si sentì un fruscio di carte, una radio a un volume tanto basso da essere più una presenza che un suono. «Tutto bene? Sembra stanca.»
«Ecco. Hai sentito? Quella è proprio la sua voce dentro di lui. Non le parole, la forma delle parole. Nel borbottava esattamente così quando rifletteva su qualcosa e ancora non voleva che la stanza sentisse tutta la frase.» La voce di Sien abbandonò per un attimo il proprio registro sbrigativo; il ritardo audio colse il cambiamento mezzo tempo dopo, così che dalla parte di Fen arrivò come un'eco di se stesso. «Non sentivo quella particolare cadenza da più di trent'anni. Da prima che lei partisse. Ci si dimentica che una voce rimane da qualche parte nel corpo, intera, finché qualcosa che non avrebbe alcun diritto di ricordarla altrettanto bene non te la fa risentire.»
«No. No, liffe, l'ho sentita. Per stasera basta.» Si riprese in modo visibile e il calore sbrigativo tornò al proprio posto come una porta che si chiudeva con delicatezza, non sbattendo. «Chiamami di nuovo quando avrai altre parole. Sarò qui. Sono sempre qui, è l'unico vantaggio di avere ottantaquattro anni, essere vedova e vivere in un paese che nessuno di questa famiglia visita più.»
«Un'altra cosa, prima che tu vada.» Sien si sporse verso la videocamera e per un istante lo schermo si riempì di una porzione del suo volto maggiore di quanta l'inquadratura potesse comodamente contenere. «Qualcuno ti ha mai detto qual era il tuo nome, nella nostra lingua? Prima che i tuoi genitori ti togliessero tutto quanto?»
«Questi sono dati veri», disse infine, appoggiandosi allo schienale. «Disordinati, ma veri. Hai vocalizzazioni ricorrenti che annoti a mano, per metà del tempo da un telefono, senza una vera analisi delle frequenze. Potresti far passare tutto in un programma audio e ottenere un conteggio preciso in un pomeriggio, invece di fare una stima voce per voce.»
«Lo so. Ci ho pensato. Il pacchetto di programmi che già pago dovrebbe avere un modulo fatto apposta, sepolto da qualche parte dove non l'ho mai aperto neppure una volta, e non ho proprio lo spazio in agenda per imparare a usare un altro software in aggiunta a tutto il resto.»
«Conosco quel genere di strumento. In clinica ne usiamo uno simile per analizzare i richiami da stress: applicazione diversa, stessa matematica di fondo.» Lo disse con semplicità, come un'offerta, non come un favore, nello stesso tono con cui settimane prima, durante la visita per il certificato sanitario di Bruno, si era offerto di controllare se la gabbia fosse esposta a correnti d'aria. «Una sera potrei sedermi con te e aiutarti a ottenere un conteggio vero. Se ti va.»
«Che per guadagnarti un posto in una famiglia servano le credenziali giuste. Parlare bene la lingua, avere lo stesso sangue, chiamalo come vuoi.» Le contò sulle dita. «Io con Nel non ho mai avuto nulla di tutto questo: non la lingua, non la storia, nemmeno lo stesso cognome.» Corrie chiuse con delicatezza l'album, posando entrambe le mani piatte sulla copertina. «Eppure mi ha dato da mangiare alla sua tavola per più di trent'anni, perché io mi presentavo, ogni singola volta, che capissi o meno una parola di quanto si diceva durante il pasto.»
«Prima di finire con questa storia imparerai quaranta parole di quella lingua, ci scommetterei dei soldi. E spero che sia così», disse. «Ma l'uccello non ti sta negando una parola d'ordine, tesoro.» Si sporse verso di lei. «È un vecchio uccello a cui manca la donna che gli ha parlato per sessant'anni, proprio come manca a tutti noi, e lo sta dicendo nell'unico modo che conosce.»
«Non ti serve il dizionario per essere una delle persone davanti alle quali esprime il proprio lutto. Lo sei già. Lo sei dal funerale.»
«Sono tante parole», disse Joost, e respinse il tablet di qualche centimetro senza scorrere oltre la prima schermata.
«Pensavo che ti avrebbe fatto piacere. Ho telefonato in giro, ho convinto le persone a spiegarmi davvero le cose, Sien soprattutto, è stata incredibile...»
«Telefoni a Sien.» La voce di Joost si fece tagliente, non più forte, ma di un intero registro più tesa rispetto al tono disteso da tavola che aveva usato due minuti prima. «Regolarmente.»
«Non è un problema.» Lo disse esattamente con il tono di un uomo che annunciava come qualcosa fosse, in realtà, un problema considerevole, e prese il bicchiere d'acqua con più concentrazione di quanta ne richiedesse il gesto. Dall'altra parte del tavolo Alice lo guardò senza dire nulla, con la forchetta immobile contro il piatto. I suoi occhi si spostarono fra il marito e la figlia con la neutralità attenta e allenata di una donna che aveva già arbitrato proprio quel silenzio e sapeva che era meglio non arbitrarlo ad alta voce.
«Papà, non capisco perché ti dia tanto fastidio. Pensavo fosse una cosa buona. Pensavo che avresti voluto sapere che cosa diceva.»
«Trent'anni in cui una famiglia non aveva mai dovuto restare neppure una volta nel mezzo del proprio momento peggiore», disse. «E l'unica volta in cui contava più di tutte, proprio nella stanza in cui avrebbe dovuto contare più di tutte, nessuno in quella cucina sapeva pronunciare tre sillabe che un bambino di sei anni aveva inventato su due piedi decenni prima.»
Fen rimase seduta mentre il registratore continuava a girare, ormai dimenticato e del tutto estraneo allo scopo della chiamata. «Mi dispiace. Non lo sapevo.»
«Non è colpa tua. Eri una ragazzina a Chicago.» Si passò una mano sul viso, il primo gesto fisico compiuto da quando la chiamata aveva preso una piega seria, e qualcosa nella sua postura si distese un poco, come un respiro trattenuto che si allenta una volta pronunciato finalmente il peggio di una frase. «Dopo di allora smisi a lungo di rispondere alle chiamate da quel ramo della famiglia. Non riguardava proprio te. È solo capitato che chiamassi da un numero al quale mi ero addestrato a non rispondere.»
«Però non chiamo da quel ramo. Chiamo dal mio, immagino. Qualunque cosa voglia dire, a questo punto.»